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di Massimo Veltri, Presidente dell'Associazione Idrotecnica Italiana
Dopo i terribili e luttuosi fatti di Messina, che hanno prodotto a commento, discussioni, prese di posizione, documenti, ancora vivi e attuali, irrompe nel dibattito nazionale un altro tema, anch'esso delicatissimo, legato all'acqua. Riguarda la gestione delle reti e dei servizi idrici. E s'accompagna con argomenti di altrettanto rilievo: la scadenza al 31 dicembre di ottemperare a quanto l'UE ci chiede in materia di Piani di Gestione dei Distretti Idrografici (pare sia necessaria una proroga: siamo in forte ritardo); l'abrogazione presso il Ministero dell'Ambiente della Direzione Generale per la Difesa del Suolo, che verrà accorpata (affogata?) dentro una mega struttura omnibus; le anticipazioni circa l'esiguità delle risorse assegnate al comparto acqua-suolo, nella prossima legge finanziaria. Ci sarebbe pure la sentenza della consulta, che ancora non ha avuto riscontro in termini di adeguamento legislativo, riguardante gli allacci per la depurazione... e altro ancora... ma fermiamoci qui, e torniamo all'inizio.
Oltre gli specialisti, così detti, oltre il Sole 24 Ore, pure il Corriere, pure la Repubblica si occupano di servizi idrici, e lo fanno non in termini di cronaca o di resoconto, ma con due notisti dal calibro di Dacia Maraini e di Paolo Rumiz. Insomma, si potrebbe dire: l'acqua è di moda... L'occasione, per così dire, è fornita da un testo di legge in discussione in Parlamento e già approvato al Senato. Si tratta dalla sempiterna questione acqua bene pubblico-bene privato, una questione che attraversa ideologie, appartenenze, visioni mercantili, approcci istituzionali, aspetti etici, movimenti e uomini di scienza. Non è certo questa la sede in cui si possa ripercorrere o anche solo sunteggiare i termini del dilemma. Altrove e con dovizia di argomentazione e di ponderatezza l'abbiamo fatto, anche presso sedi ministeriali, anche sulla nostra rivista dell'Associazione Idrotecnica Italiana, con firme prestigiose e attori di primo piano. Qui può bastare mettere l'accento su un paio di questioni. La prima è d'ordine come dire... storico. Ho ripreso il libro di Giuseppe Barone: “Mezzogiorno e Modernizzazione, Elettricità, Irrigazione, Bonifica in Italia”. Un testo non recentissimo ma ancora carico di attualità e di intriganti suggestioni. Balzano in evidenza figure come Nitti, Giolitti, Ruini, Omodeo, Rossi Doria... Si impone agli occhi del lettore, anche non specialista, la tensione, l'approccio sistemico, lo sguardo lungo e profondo di uomini e istituzioni verso i grandi problemi della grande infrastrutturazione italiana e, in essa, del distinguo fra nord e sud, fra capitale privato e ruolo pubblico. Questo, un pò di tempo fa... quando si viveva un ''altra situazione", un'altra Italia... Capitale e pubblico, appunto, che nel ministro Tremonti, mesi fa, avevano trovato una sorta di compromesso, in sede legislativa, mostratasi poi inapplicabile e perciò la discussione di questi giorni. Le reti idriche sono obsolete, insufficienti, fatiscenti; l'approvvigionamento dell'acqua è molto carente in grandi parti del paese, nel sud in particolare; è da decenni che non si neanche pensa a opere acquedottistiche, adduttrici, distributive (bloccate da tangentopoli, da politiche teologiche ambientaliste, da ristrettezze di bilancio, dal fatto che tali interventi non "pagano" elettoralmente...?). Eppure l'Italia aveva e ha fior di tecnici, fior d'imprese, situazioni meteoriche, orografiche, morfologioche che molto, in un senso o nell'altro, dovrebbero per così dire favorire, incentivare, una politica, una stagione di rinnovato impegno nel settore.
In ciò pure stimolati a dovere dalla UE. E invece no: nel testo di legge all'esame si tende a far cassa escludendo quasi del tutto il pubblico e configurandone nel trenta per cento la soglia consentita, e provocando così l'asfissia o la scomparsa di aziende di primo livello finora operanti. Senza pensare che il sistema creditizio difficilmente verrebbe in soccorso in sede di gare di aggiudicazione, date le disastrose condizioni finanziarie; senza sottacere il fastidio stizzito che promana da ambienti governativi quando si fa notare tutto questo: “Ma insomma, sempre scontenti, siete...”. Intanto il compromesso solito, italico, mentre Vendola da Bari tuona e minaccia, è che il senatore Bubbico ha proposto e visto approvare un emendamento che parla di proprietà pubblica e gestione privata: vedremo... E' in atto una qualche forma di mobilitazione e di protesta; noi abbiamo risposto a Dacia Maraini: prendiamo atto delle cose scritte da Paolo Rumiz e diciamo due cose. Non sarebbe il caso che la politica si occupasse sul serio di queste cose, senza improvvisare, senza emendare, senza blitzkrieg... ma attraverso una discussione e un confronto nel merito reale delle cose? Chi si occupa di questi argomenti? E' difficile essere smentiti se si dice il ministro Tremonti, e nessun altro, in barba quindi alle competenze. Nel frattempo abbiamo letto con attenzione le posizioni in materia dell'onorevole Bersani e del senatore Marino, quando erano candidati alle elezioni primarie del Pd, intervistati appositamente. Purtroppo, al di là del generico, a volte dell'impacciato, non si va... e ci sarebbe bisogno di ben altro, invece.
Per finire: ma il variegato mondo delle imprese, dei professionisti, le parti sociali, gli enti locali, la comunità scientifica... non avrebbero qualcosa da dire? Non sarebbe il caso ascoltarli, e poi, ovviamente trarne le sintesi opportune, in sede politico-governativa? Non è un pensiero irrispettoso; non è un'ambizione fuori posto, vero?
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